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Lez. 13 - Atteggiamenti sociali - Coggle Diagram
Lez. 13 - Atteggiamenti sociali
Le modalità di conoscenza
Conoscenza sociale: non solo attribuzione di stati mentali, ma insieme di conoscenze sugli altri, necessarie per partecipare a un sistema relazionale
Fattori sociali e culturali sono determinanti attive dell'esperienza e della comprensione di sé e degli altri
Si sviluppa tramite apprendimento nella zona di sviluppo prossimale, dove scambio comunicativo e interazione sociale generano nuovi apprendimenti
Conflitto sociocognitivo: le interazioni sociali sono fonte di progresso cognitivo, tramite i conflitti di comunicazione tra individui
Due fonti della conoscenza della realtà sociale
Realtà oggettiva esterna a noi
Il nostro personale modo di percepirla
Tendiamo a sovrastimare la realtà esterna e a sottostimare la nostra elaborazione personale, quindi crediamo che la percezione sia un fedele rispecchiamento della realtà (realismo ingenuo, Asch, 1952)
Due modalità di elaborazione dell'informazione
Top-down (guidata dai concetti): parte da conoscenze e teorie già possedute
Bruner (1957): la persona o cosa percepita acquista significato collocandosi in una classe di percetti
Bartlett (1932): la percezione è costruttiva, basata su schemi che organizzano le conoscenze fondamentali
Vantaggio: accorcia il lavoro cognitivo, facilita codifica, ricordo e nuove conoscenze
Bottom-up (guidata dai dati): parte dai dati appena raccolti tramite percezione
Più dispendiosa in termini di tempo, perché richiede attenzione a ogni singolo elemento
Vantaggio: maggiore accuratezza (Palmonari, Cavazza, Rubini, 2002)
Gli schemi
Fiske e Neuberg (1990): le persone usano sia processi schematici sia processi basati sui dati, a seconda degli scopi
Categorie naturali: confini sfocati, quindi un esemplare può occupare posizioni diverse al loro interno
Prototipo: posizione centrale, con gli attributi più tipici della categoria (Polmonari, Cavazza, Rubini, 2002)
Livelli di categorizzazione sociale, come una gerarchia
Sovraordinato: concezioni generali (persone motivate da ideali)
Intermedio: più specifico, suddivisibile in sottocategorie (es. attivisti sociali, persone religiose)
Sottordinato: ancora più specifico (es. persone religiose)
La scelta del livello dipende dalla situazione e dagli scopi: azioni a lunga durata → livelli elevati; azioni a breve durata → livelli specifici (Vallacher, Wegner, 1987)
Tipi di schemi sociali
Schemi di persona: rappresentano gli altri in base a tratti di personalità e caratteristiche
Esperimento di Zadny e Gerard (1974): i partecipanti ricordavano meglio le informazioni congruenti allo schema attivato (corso di laurea attribuito allo studente osservato)
Schemi di sé: strutture su tratti centrali della propria identità, che velocizzano l'elaborazione delle informazioni che li riguardano (Markus, 1977)
Schemi di ruolo: definiscono le aspettative comportamentali legate alla posizione sociale, quindi guidano quali informazioni tenere a disposizione
Schemi di eventi: conoscenze sulle sequenze temporali e sul comportamento atteso proprio e altrui nelle situazioni sociali
Gli schemi possono variare per cultura, ma il loro funzionamento nel guidare codifica, memoria e nuove conoscenze resta stabile (Polmonari, Cavazza, Rubini, 2002)
I pregiudizi e gli stereotipi
Pregiudizio: un tipo di atteggiamento, giudizio costruito senza esperienza o conoscenza diretta della realtà su cui si esprime (Brown, 1995; Dovidio & Gaertner, 1986)
Porta a una percezione distorta o errata della realtà, fino a definire norme sociali condivise (Jones, 1986)
Esistono pregiudizi positivi e negativi, ma il termine è usato soprattutto per gli atteggiamenti negativi/ostili verso i membri di un gruppo
Per priming, chi è incline al pregiudizio verso una categoria tende a comportarsi in modo ostile quando la incontra
Stereotipo: introdotto da Walter Lippmann (Public Opinion, 1922) come "piccola immagine che portiamo nella testa", distinta dal mondo reale
Fa parte del bagaglio culturale di tutti: è quasi impossibile non apprendere gli stereotipi prevalenti nella propria società (Maass, 1991; Devine, 1989)
Generalizzazione su un gruppo: attribuisce le stesse caratteristiche a tutti i membri, senza considerare le variazioni individuali
Diventa sovrageneralizzazione, spesso inaccurata, e resiste alle nuove informazioni una volta formato
Perché lo stereotipo resiste al cambiamento: protetto da tre tipi di processi
Cognitivi: attenzione, selezione, interpretazione e memorizzazione dell'informazione tendono a confermarlo
Le persone scelgono in base alle aspettative stereotipiche, non alle informazioni che le smentirebbero (Maass, 1991), perché lo stereotipo semplifica il mondo
I comportamenti che smentiscono lo stereotipo vengono attribuiti a circostanze situazionali, quindi non cambiano la rappresentazione; quelli che lo confermano sono visti come tratti stabili
Linguistici: lo stesso evento può essere raccontato in modi diversi secondo i propri pregiudizi, rafforzando le credenze stereotipiche
Gli stereotipi non sono immutabili: possono cambiare gradualmente con l'accumulo di informazioni disconfermanti, oppure tramite sottotipi che indeboliscono lo stereotipo originario (Webber, Crocker, 1983)
Funzioni degli stereotipi: danno una visione del mondo coerente, creano omogeneità di valori, sono sistemi di credenze attribuiti ai gruppi sociali
Nascono e si diffondono per spiegare eventi sociali complessi, giustificare azioni contro outgroup, differenziare positivamente l'ingroup in condizioni di difficoltà
Tajfel: lo stereotipo semplifica e sistematizza l'informazione ricevuta dall'ambiente, per un adattamento cognitivo e comportamentale
Diventa stereotipo sociale solo quando è condiviso da grandi masse di persone nei gruppi e nelle istituzioni
Gli atteggiamenti sociali
Atteggiamento: modo di porsi, favorevole o contrario, verso un oggetto, riflette pensieri e sentimenti (Trentin, 1991)
Thurstone (1929): entità psicologica complessa, combinazione di credenze e valore affettivo verso uno stimolo
William James: gli atteggiamenti "attribuiscono significato al mondo", danno un metodo per orientarsi in un universo ambiguo
Allport (1935): concetto distintivo della psicologia sociale, guida ciò che l'individuo vede, sente, pensa e vuole fare; è "uno stato di prontezza" che influenza le risposte
Modello tripartito (Rosenberg e Hovland, 1960): tre componenti dell'atteggiamento
Cognitiva: informazioni e credenze sull'oggetto, con gradi di positività/negatività coerenti con la valutazione generale
Affettiva: emozioni e sentimenti suscitati dall'oggetto
Comportamentale: azioni di avvicinamento/evitamento, comportamenti espliciti e intenzioni non ancora espresse
Formazione degli atteggiamenti: esperienza altrui, esperienza diretta, comunicazione
Judd e Kulik (1980): l'atteggiamento funziona come uno schema, quindi si ricordano meglio le informazioni congruenti con esso
Atteggiamenti e comportamento: non sempre coincidono
LaPiere (1934): discrepanza tra ciò che le persone pensavano dei cinesi e come si comportavano nei loro confronti
Teoria dell'azione ragionata (Fishbein e Ajzen, 1975): l'atteggiamento è un fattore causale del comportamento insieme ad altri elementi
Il comportamento pianificato dipende dall'atteggiamento verso quel comportamento e dalle norme soggettive
Il soggetto valuta la forza delle proprie credenze e le conseguenze, considerando anche la pressione delle norme sociali e del gruppo di riferimento
Cambiamento degli atteggiamenti: tramite comunicazione persuasiva o esposizione a uno stimolo modificante (Palmonari, Cavazza, Rubini, 2002)
Dissonanza cognitiva (Festinger, 1954): bisogno di coerenza tra le proprie cognizioni (opinioni, credenze, comportamento, ambiente)
Se due cognizioni attinenti sono incoerenti tra loro → disagio emotivo, quindi l'individuo modifica l'elemento meno resistente al cambiamento (comportamento o credenza)
Principio della giustificazione insufficiente: nei comportamenti contro-attitudinali, si riduce la dissonanza giustificando e interiorizzando il comportamento
Festinger e Carlsmith (1959): una piccola ricompensa riduce di più la dissonanza rispetto a un grande incentivo, perché con un incentivo grande la giustificazione esterna è già sufficiente
Aronson e Carlsmith (1963): punizioni severe non riducono l'attrazione verso il comportamento vietato; una minaccia lieve elimina invece la tentazione di trasgredire