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1.2 La Prima della storia - Coggle Diagram
1.2 La Prima della storia
Prima della storia della Grecia del I millennio a.C., il quadro del mondo egeo è dominato dalla civiltà micenea,
una realtà protostorica fiorita soprattutto nel Peloponneso tra il 1400 e il 1100 a.C.
Il suo centro principale è l’Argolide, con l’insediamento principale di Micene, affiancato da altri centri autonomi
che fungono da poli di riferimento per ampie aree regionali.
In questo periodo la società presenta una struttura rigidamente piramidale, con un dinasta al vertice,
il wanax, responsabile della gestione del territorio e dell’intero sistema produttivo.
Il palazzo del wanax (del sovrano), posto su una rocca fortificata, è il centro del controllo delle risorse agricole e della produzione artigianale,
e gli abitati principali (Pilo, Micene, Tirinto, Lacedemone, Atene, Tebe), condividono questo stesso modello palaziale.
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La scrittura utilizzata, la Lineare B, è impiegata per registrazioni amministrative,
segno di un sistema burocratico complesso e centralizzato.
A partire dal 1400 si registra anche una forte capacità espansiva, non solo commerciale, in tutto l’Egeo, sulle coste dell’Anatolia e fino all’Italia.
La crisi di questo sistema miceneo si manifesta tra il XIII e il XII secolo a.C.
e comporta la scomparsa dei palazzi e delle loro funzioni organizzative, l’abbandono della scrittura in Lineare B
e un generale ridimensionamento della struttura insediativa.
La vulnerabilità del sistema economico, nel momento in cui i diversi centri di potere cercano di espandersi a livello mediterraneo,
sembra essere una delle cause principali del collasso.
Il processo della civiltà micenea non è uniforme:
nel Peloponneso la crisi è più forte e articolata in più fasi,
mentre in aree periferiche come Rodi risulta meno incisiva.
Durante l’Elladico Recente IIIB2, tra il 1250 e il 1200,
si riorganizzano le difese di Micene e Tirinto, parzialmente distrutte in precedenza, e si costruiscono le prime fortificazioni dell’Acropoli di Atene.
Alla fine del periodo, una serie di eventi distruttivi colpisce quasi tutti i principali centri,
ma nel XII secolo Micene e Tirinto mostrano ancora segni di ripresa:
a Micene ad esempio, si producono ceramiche tipiche e la Casa del Sacerdote viene affrescata, anche se la mancanza di documenti scritti indica una progressiva perdita di controllo sul territorio.
Nonostante le distruzioni, l’Elladico Recente IIIC, tra il 1200 e il 1050, attesta ancora forme di continuità culturale.
Micene e Tirinto rimangono centri di potere, seppur trasformati e difficili da definire con precisione.
La cesura definitiva del sistema palaziale avviene intorno al 1125-1100,
con la distruzione di Micene e l’abbandono di Tirinto:
questo momento segna l’inizio della Dark Age, i cosiddetti “secoli bui”.
In questo nuovo scenario, le regioni reagiscono in modo diverso:
l’Attica mostra una continuità di popolamento tra età micenea e fase protogeometrica,
confermando l’insistenza delle fonti antiche su questo aspetto e spiegando il ruolo determinante che questa regione avrà nella costruzione del nuovo profilo culturale della Grecia di età storica.
Accanto alla crisi del sistema palaziale si pone il problema delle migrazioni.
I Greci ricostruivano la loro storia più antica come una successione di fasi, ciascuna associata a una popolazione diversa.
Pelasgi, Cari, Lelegi, Traci, Lapiti, Perrebi e altri
avrebbero abitato Tessaglia, Attica, Peloponneso e le isole, per poi essere cacciati o sottomessi, oppure spinti verso oriente.
In altri casi si insisteva sull’origine autoctona degli abitanti, come a Eleusi e ad Atene,
dove alcune famiglie rivendicavano una discendenza da progenitori ancestrali.
Questa ricostruzione, a metà tra mito e storia, si fondava anche sulla distinzione linguistica,
sia rispetto ai nuclei non greci sopravvissuti in alcune aree, come Creta orientale e Lemno, sia tra Greci di culture diverse.
I dialetti ionico, dorico ed eolico, diffusi in aree omogenee, erano associati a tradizioni comuni e distinguevano gruppi convinti di condividere la stessa origine mitica.
Gli Ioni sostenevano di essere stati presenti anticamente anche nel Peloponneso,
da cui sarebbero stati cacciati dai Dori provenienti dalla Grecia settentrionale.
Gli Eoli sarebbero stati spinti verso la costa anatolica settentrionale sotto la pressione dei Tessali.
I Dori ammettevano un’origine recente e una progressiva occupazione delle sedi definitive,
interpretata come una riconquista guidata dagli Eraclidi, discendenti di Eracle, che avrebbero ripreso le terre perdute.
Il loro arrivo veniva collegato alla fine del sistema miceneo, fornendo una spiegazione mitica della crisi.
A questo quadro generale si aggiunge una moltitudine di tradizioni locali,
spesso manipolate da esigenze politiche più recenti, che rendono difficile isolare un nucleo storico affidabile.
La ricerca moderna mette in discussione questo modello basato su invasioni lineari e spostamenti meccanici di popolazioni.
La lingua, infatti, non è un marcatore culturale esclusivo: gruppi che parlano lo stesso idioma possono avere strutture politiche e sociali molto diverse,
mentre comunità con lingue differenti possono condividere forme culturali simili.
I Tessali invasori imparano la lingua eolica del popolamento precedente, mentre gruppi marginalizzati dai Dori condividono con i conquistatori la stessa forma linguistica.
Anche la categoria dell’invasione deve essere verificata con attenzione: la diffusione del greco dorico e delle forme organizzative collegate potrebbe non essere il risultato di un’unica migrazione,
ma di un processo complesso in cui gli spostamenti di popolazioni sono solo una componente tra molte.
La decifrazione della Lineare B mostra che il greco miceneo è attestato già all’inizio del II millennio a.C. e che presenta affinità con i dialetti storici dell’Arcadia e di Cipro,
dove sopravvive anche il sistema di scrittura sillabico fino all’età ellenistica.
Queste sono isole linguistiche conservate grazie alla marginalità geografica, che contribuiscono a comporre il mosaico del popolamento greco ed egeo.