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4.4 Il deposito votivo - Coggle Diagram
4.4 Il deposito votivo
Il deposito votivo è la traccia materiale lasciata dalle azioni rituali, l’unico modo attraverso cui l’archeologia può ricostruire concretamente la religione greca.
Molti atti sacri – preghiera, processione, danza, canto – non lasciano residui, ma altri, come il sacrificio animale, le offerte alimentari, le libagioni e la dedica di oggetti,
producono materiali che possono accumularsi in un’area sacra.
Il deposito votivo è quindi un insieme coerente di oggetti coinvolti nel rito, intenzionalmente lasciati o dismessi nel santuario.
Non è una categoria unitaria: la stessa definizione copre fenomeni diversi, che dipendono dal tipo di culto, dalle pratiche locali e dai cambiamenti nel tempo.
La dedica di un oggetto è il gesto più semplice con cui il fedele stabilisce un contatto con la divinità:
può essere un dono di ringraziamento, un atto di venerazione o la promessa legata a un voto.
La varietà dei materiali è enorme: statue, ceramica, pìnakes, gioielli, armi,
ma anche naturalia, come denti di ippopotamo, cristalli, stalattiti, corallo o pigne, come nell'attestato dell’Heraion di Samo.
La maggior parte dei votivi si conserva in giacitura secondaria, cioè non nel punto originario di deposizione,
ma in accumuli creati durante le pulizie periodiche o le ristrutturazioni del santuario.
Questi grandi accumuli di materiali votivi, vengono chiamati spesso “scarichi” in letteratura e sono
spesso la sola testimonianza delle fasi più antiche del culto, quando le strutture monumentali non esistevano ancora.
Il caso più noto è lo “strato nero” dell’Altis di Olimpia: un deposito secondario,
frutto di un’unica operazione di dismissione nel VII secolo, che contiene statuette in terracotta e bronzo, ceramica, calderoni, tripodi, gioielli, ceneri e ossa animali accumulati sin dalla fine del X secolo.
Modalità analoghe sono attestate a Delfi, nel riempimento sotto la Via Sacra, con statuette e tripodi datati dall’VIII secolo.
Questi depositi hanno un duplice carattere: sgomberano lo spazio e, allo stesso tempo, consacrano definitivamente il materiale, spesso frammentato intenzionalmente.
La giacitura primaria, cioè la collocazione originaria dei votivi, è più rara e richiede un’integrazione tra archeologia e fonti epigrafiche e letterarie.
A Hagia Irini, a Cipro, circa duemila statue e statuette fittili del VII–VI secolo furono trovate in situ/sul posto, disposte a semicerchio intorno all’altare.
Nel tempio di Dreros, il complesso formato da basamento, teca litica piena di ossa e corna di capra (Kèraton) e tràpeza antistante conservava ancora i tre sphyrèlata bronzei,
insieme a testine fittili, ceramica e un gorgòneion, confermando la funzione di piano di deposizione votiva.
Le fonti confermano che la vicinanza alla statua di culto era particolarmente ambita:
nel quarto mimiambo di Herondas una donna chiede di collocare il suo pinax (tavoletta votiva) alla destra della statua di Igea;
un’iscrizione ateniese del II secolo autorizza il sacerdote a rimuovere tavolette votive che impedivano la vista della divinità
Altre leggi sacre regolano la posizione delle offerte per non ostacolare il transito o per evitare collocazioni non consentite.
Il sacrificio animale, completato dal banchetto collettivo, lascia tracce che possono essere riconosciute archeologicamente.
Ossa, ceneri e carboni compaiono spesso negli scarichi secondari, ma la loro presenza non implica automaticamente la consumazione del pasto:
possono essere resti di porzioni bruciate interamente sull’altare (thysìai o olocausti) o scarti di macellazione.
Per questo la ricerca ricorre a esami di laboratorio per distinguere i trattamenti subiti dai reperti osteologici.
La conferma della consumazione in loco delle carni e di altri cibi si ha nei depositi primari o secondari
con resti di pasto associati a ceramica potoria, vasellame da cucina, focolari e, talvolta, strutture come i bestiatoria.
Il caso più straordinario è il Thesmophorion di Bitalemi, presso Gela: un deposito primario che conserva, come un’istantanea, la chiusura di un banchetto sacrificale, con focolare, ossa, vasellame, pentole e coltelli.
La collocazione capovolta dei vasi, miniaturistici o meno, è una pratica diffusa:
materializza lo svuotamento e suggerisce rituali di libagione, anche se non esclude offerte alimentari.
La Creta minoico‑micenea offre numerosi confronti, come nel sacello H di Haghia Triada.
I depositi di fondazione, legati alla costruzione o al rinnovamento di un edificio sacro, mostrano modalità diverse:
cenere, carboni, ossa e ceramica per bere e versare indicano sacrifici cruenti e offerte liquide, come nell’Heraion di Samo o nel tempio di Atena Alea a Tegea; in altri casi prevalgono oggetti preziosi, come nell’Artemision di Efeso.