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Cap. CXXVIII (128) del Canzoniere di Francesco Petrarca - Coggle Diagram
Cap. CXXVIII (128) del Canzoniere di Francesco Petrarca
Questa poesia
è una delle più celebri canzoni civili del Canzoniere
Petrarca si rivolge direttamente all’
Italia, vista come un corpo ferito, lacerato dalle guerre tra i signori italiani e dalle invasioni straniere
Il poeta:
invoca Dio perché abbia pietà dell’Italia
rimprovera i governanti italiani per la loro divisione
denuncia la presenza di eserciti stranieri
ricorda che la natura aveva protetto l’Italia con le Alpi
richiama esempi storici (Mario, Cesare) per mostrare la violenza del passato
invita gli italiani a riconoscere l’inganno dei tedeschi
richiama l’identità italiana (“Latin sangue gentile”)
esorta i signori a deporre l’odio e a pensare alla morte
chiude con un appello alla pace
È una poesia di dolore, denuncia, speranza e responsabilità morale
Il tema centrale della poesia:
Petrarca denuncia la rovina dell’Italia, divisa e devastata da guerre interne e da potenze straniere, e invita i governanti a ritrovare unità, pietà e senso del bene comune, ricordando la fragilità della vita e la responsabilità morale verso il proprio popolo
Da questo tema
derivano:
l’Italia come corpo ferito
la colpa dei signori italiani
la minaccia straniera
la memoria storica come ammonimento
l’appello alla pietà e alla pace
la consapevolezza della mortalità
la necessità di ritrovare l’antico valore italiano
La poesia è divisa anche qui in
sei parti:
Parte 1 (vv. 1–14) → invocazione a Dio e dolore per l’Italia ferita
Petrarca parla all’Italia come a un corpo vivo, pieno di
“piaghe mortali”
(vv. 1- 2 )
.
Sa che “il parlar è indarno”, ma vuole almeno che i suoi sospiri siano utili ai grandi fiumi italiani (Tevere, Arno, Po: v. 5)
Invoca Dio (
“Rettor del cielo"
: v. 7) perché guardi con pietà il
“dilecto almo paese”
: v. 10. Chiede che Dio apra i cuori induriti dalla guerra
quindi l’
Italia è un corpo ferito che chiede pietà
Parte 2 (vv. 15–28) → rimprovero ai signori italiani e denuncia delle armi straniere
Il poeta
si rivolge ai governanti italiani, accusandoli di non avere pietà per la loro terra. Chiede perché tante
“pellegrine spade”
v. 20 (armi straniere) devastino il suolo italiano
Dice che un
“vano error”
li illude: credono di vedere molto, ma vedono poco. Cercano amore o fedeltà in cuori “venali”, cioè comprabili
Parte 3 (vv. 29–42) → le Alpi come protezione naturale e il richiamo a Mario
In questa parte dice il poeta che
la natura aveva protetto l’Italia con le Alpi, “schermo” v. 34 contro la “tedesca rabbia” v. 35. Ma il desiderio cieco degli italiani ha distrutto questa protezione.
Ora, dentro la stessa “gabbia”, convivono fiere selvagge e greggi mansueti: → gli stranieri dominano sugli italiani
Ricorda Mario, che sconfisse i Cimbri e i Teutoni, tingendo i fiumi di sangue
.
La storia mostra che
l’Italia ha già sofferto invasioni feroci
Parte 4 (vv. 43–56) → Cesare, la violenza del passato e la colpa dei governanti divisi
Ricorda Cesare, che rese sanguinose molte terre.
Ora sembra che il cielo stesso odi l’Italia,
“vostra mercé”
v. 54, cioè per colpa dei governanti
Le loro
“voglie divise”
v. 55, rovinano la parte più bella del mondo. Perseguono i vicini poveri e cercano stranieri che vendono l’anima per denaro
Quindi
la divisione interna è la causa della rovina
Parte 5 (vv. 57–70) → l’inganno tedesco e l’appello al “Latin sangue gentile”
Gli italiani non si accorgono dell’inganno bavarese. Il danno è grave, ma lo strazio morale è peggiore
Il poeta invita
il
“Latin sangue gentile”
v. 74, a liberarsi di questi pesi dannosi
Non bisogna fare
“idolo”
di un nome vuoto, né venerare potenze straniere
Gli italiani devono ritrovare dignità e lucidità
Parte 6 (vv. 71–84) → richiamo alla mortalità e invito a deporre l’odio
Petrarca ricorda ai signori che il tempo vola e la vita fugge.
La morte è vicina a tutti
Chiede di deporre odio e sdegno,
“venti contrari alla vita serena”
v. 105. Il tempo speso nel far soffrire gli altri deve essere dedicato a opere degne, studi onesti, atti nobili
Quindi la
consapevolezza della morte deve portare alla pace
Congedo (vv. 85–92) → la canzone chiede pace
La canzone deve parlare “cortesemente”,
perché va tra gente altera. Troverà pochi magnanimi che amano il bene
.
Il
messaggio finale è un grido:
“Pace, pace, pace.”
v. 122
La poesia si chiude con un appello universale alla pace
La
scrittura
della poesia
128 è solenne, civile e profetica
Petrarca usa un linguaggio alto, diretto, costruito su invocazioni, apostrofi e richiami morali
La poesia è
quindi:
postrofica: parla all’Italia, a Dio, ai governanti, al “Latin sangue gentile”
profetica: denuncia, ammonisce, prevede conseguenze
civile: nasce da un senso di responsabilità verso la patria
storica: richiama Mario, Cesare, le invasioni barbariche
morale: insiste sulla colpa, sulla pietà, sulla responsabilità
religiosa: invoca Dio come unico possibile salvatore
razionale e appassionata insieme: unisce argomentazione e pathos
Il lessico
invece è:
forte (“piaghe mortali”, “crudel guerra”, “tedesca rabbia”)
politico (“freno”, “contrade”, “voglie divise”)
morale (“pietà”, “vertú”, “odio”, “sdegno”)
storico (“Mario”, “Cesare”, “Cimbri”, “Teutoni”)
Il
ritmo è ampio e oratorio, con frasi lunghe, coordinate, che imitano un discorso pubblico. La poesia alterna
:
denuncia
invocazione
richiamo storico
appello morale
visione religiosa
La scrittura è sempre funzionale al messaggio:
non cerca immagini decorative, ma parole che colpiscano la coscienza