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(Nel processo in cui la Toscana perde il suo primato culturale nel…
Nel processo in cui la Toscana perde il suo primato culturale nel Cinquecento,
il centro che conta per il resto d’Italia non più Firenze (punto di riferimento che era astato fino a quel momento), ma contano i centri di Venezia e Roma
Sono loro, le due grandi città superstiti dopo i traumi politici (la disfatta di Agnadello per Venezia e il Sacco di Roma),
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Accanto a Venezia e Roma, hanno un ruolo importante anche altri centri indipendenti:
Ferrara, Mantova, Urbino, Napoli del Sannarzzano
A Firenze, questa nuova situazione, che si sviluppa quasi all’improvviso all’inizio del Cinquecento, incontra resistenza
- Il primo ad opporsi è Machiavelli
- Poco dopo, però, Guicciardini modella la lingua della sua Storia d’Italia sulle Prose del veneziano Bembo, segno evidente che Firenze non detta più legge
- Nella seconda metà del secolo, l’Accademia della Crusca accetta pubblicamente il fatto compiuto:
non potendo più esercitare un dominio, assume un ruolo di proconsolato della lingua, cioè di gestione e regolazione
Passando al Sud, anche lì la Commedia dantesca ebbe eco immediata,
e dove vive nella prima metà del Trecento la giovinezza Boccaccio, e i Toscani erano presenti ovunque nella vita economica e politica
Eppure, nonostante tutto questo, non c’è alcun contributo alla letteratura italiana secondo il modello toscano-dantesco
da Roma a Napoli, Bari, L’Aquila, Sulmona e Sicilia fino oltre metà Quattrocento
Dal punto di vista storico‑geografico, fino al tardo Quattrocento esiste solo una letteratura toscana,
con qualche piccola colonia instabile in Veneto, parte dell’Emilia, Marche e Umbria
- La Commedia di Dante comunque, anche se nasce dall’esperienza dell’esilio
e da un viaggio attraverso terre lontane, rimane sempre legata a Firenze
Anche nel Paradiso, Dante ritrova la sua città con una precisione quasi ossessiva
Questi tre casi sono individuali, eccezionali, irripetibili,
ma nascono da un grande movimento di correnti culturali tra Toscana e resto d’Italia tra metà Duecento e metà Trecento
Il panorama è frammentato, spezzato in molte direzioni, e si estende anche oltre i confini italiani e, allo stesso tempo,
si percepisce un un calo dell’ispirazione poetica, che coincide con il declino della tradizione provenzale e l’indebolimento di quella francese
Tra la morte di Petrarca, quella dopo di Boccaccio e l’arrivo dei poeti medicei (Pulci, Lorenzo, Poliziano), si apre quello che viene chiamato “il secolo senza poesia”
Qui, non è importante l’assenza di un grande poeta: ciò che conta è che la letteratura toscana si restringe, si chiude, diventa municipale
Per la prima volta così in Italia, nasce una letteratura dialettale vera e propria,
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tutto questo lo possiamo vedere con Franco Sacchetti, ch'è il padre della tradizione macchiaiola Toscana:
una prosa vivace, arguta piacevole, senza rimedio provinciale
Subito dopo arriva il Burchiello, che usa la sua vena poetica in un gergo farsesco, volutamente intraducibile
Con lui nasce una tradizione di poesia burlesca, aggressiva, tipicamente toscana, che avrà lunga vita fino all’Ottocento nel "Giusti"
La letteratura toscana si riprende nel Quattrocento, ma su una base diversa da quella di Dante, Petrarca e Boccaccio
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Su questa base nasce, tra fine Quattrocento e inizio Cinquecento, la prima vera letteratura italiana
L’Umanesimo è un fenomeno europeo, ma l’Italia ne è il centro
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Da questa tensione nasce l’evasione verso il latino e l’antichità classica, lingua comune a tutte le scuole della penisola, dalla pianura padana alla Sicilia
questo e tanti altri esempi (gli esuli: Alamanni, i moderati che si avvicinano ai nuovi modelli: Varchi, i fedeli alla tradizione fiorentina: Gelli), mostrano che
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L’unica eccezione è Michelangelo, che conferma la regola
- Il Canzoniere del Petrarca nasce invece fuori dalla Toscana, da un esule volontario che considera il mondo la sua patria
Eppure, proprio lui costruisce la sua poesia su una lingua e una metrica rigorosamente toscane, come scelta consapevole e ostinata
- Il Decameron del Boccaccio nasce sì a Firenze, con un equilibrio narrativo e figurativo nuovo,
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La grande poesia italiana del Trecento finisce nel 1374, con la morte del Petrarca
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Questa fase dialettale e municipale caratterizza la Toscana tra Trecento e Quattrocento, ma non esaurisce il quadro
Mentre Sacchetti guarda indietro e lamenta la fine della poesia, gli altri guardano avanti:
- Coluccio Salutati apre nuove prospettive
- Leonardo Bruni, Poggio Bracciolini, Leon Battista Alberti, uomini di cultura umanistica, con un respiro molto più ampio
La nuova lingua e letteratura italiana è fondamentalmente toscana, ma non perché la Toscana avesse una forza espansiva irresistibile,
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Firenze tentò più volte di affermare la sua importanza e il proprio ruolo politico (1494, 1527, 1530), senza riuscire ad avere successo
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Sul piano letterario, succede qualcosa di decisivo:
la questione linguistica, ormai nazionale grazie all’Umanesimo diffuso in tutta la penisola, non viene risolta dai Toscani che conquistano l’Italia,
ma dall’Italia che conquista la Toscana, rivedendo e ridistribuendo a suo modo il patrimonio linguistico toscano
Un caso emblematico è la Vita di Benvenuto Cellini, che rappresenta un ritorno istintivo alla forza originaria della tradizione macchiavellica fiorentina, come un ultimo elemento della Firenze libera