Nel 1960, Sperling studiò la memoria visiva a breve termine presentando ai partecipanti una matrice di 12 lettere (tre righe di quattro lettere ciascuna) per un tempo molto breve. I partecipanti riuscivano normalmente a ricordare solo quattro o cinque lettere, anche se avevano la sensazione di aver visto l’intera matrice. Questo accadeva perché molte informazioni svaniscono prima che possano essere rievocate. Per superare questo problema, Sperling introdusse un segnale acustico: subito dopo la presentazione delle lettere, un tono indicava quale riga doveva essere ricordata (alto = riga superiore, medio = riga centrale, basso = riga inferiore). In questo modo, i partecipanti dovevano codificare tutta la matrice, ma recuperare solo la riga indicata. Moltiplicando il numero di lettere ricordate per tre, Sperling poteva stimare quante lettere erano state effettivamente immagazzinate in memoria, mostrando che la capacità totale della memoria sensoriale era maggiore di quanto emergeva dalla rievocazione immediata. Inoltre, i risultati dipendevano dal momento in cui il segnale acustico veniva presentato: se il segnale era immediato, la rievocazione rifletteva la capacità massima del magazzino di memoria; se il segnale era ritardato, le prestazioni peggioravano, mostrando la rapida perdita delle informazioni visive. Le differenze tra le condizioni luminose, illustrate nelle due curve della figura, evidenziavano che anche lo sfondo (luminoso o scuro) influenzava la ritenzione.
È probabile che la memoria iconica rappresenti le fasi iniziali del processo attraverso il quale le informazioni vengono estratte dalla retina e, in parte, trasmesse a un magazzino visivo a breve termine di maggiore durata. Ed è questo che ci permette di costruire una rappresentazione coerente del mondo visivo e di percepire un film non come una serie di fotogrammi statici con interruzioni tra l’uno e l’altro, ma come un’esperienza visiva continua e realistica.
Gli studi hanno mostrato che la luce può interferire con la memoria visiva a brevissimo termine, un fenomeno chiamato mascheramento. In pratica, se durante l’intervallo in cui ricordiamo qualcosa c’è molta luce, tendiamo a ricordare peggio, perché la luce “copre” o confonde la traccia mnestica.
Michael Turvey ha distinto due tipi principali di mascheramento:
- mascheramento luminoso (brightness masking), che si verifica quando una luce intensa o uno stimolo luminoso appare vicino nel tempo allo stimolo che dobbiamo ricordare, funziona solo se la luce e lo stimolo sono presentati allo stesso occhio, quindi agisce a livello della retina (fase periferica della visione), e il risultato è che il bersaglio e la maschera si fondono insieme, e più luminosa è la maschera, meno chiaro è il bersaglio;
- mascheramento configurazionale (pattern masking), che si verifica quando dopo lo stimolo appare una maschera simile al bersaglio (ad esempio frammenti di lettere), può funzionare anche se stimolo e maschera sono presentati a occhi diversi, quindi agisce dopo che le informazioni dei due occhi sono combinate, e questo tipo di mascheramento non dipende dalla luminosità, ma rende più difficile interpretare correttamente l’immagine prima che la memoria la registri. In parole semplici, a volte non dimentichiamo perché non possiamo, ma perché qualcosa “interferisce” con ciò che stiamo cercando di ricordare: una luce intensa o un’immagine simile a quella da ricordare può cancellare o confondere il ricordo prima che lo possiamo usare.