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IL MALE É UNA TIPOLOGIA DI PRIVAZIONE - Coggle Diagram
IL MALE É UNA TIPOLOGIA DI PRIVAZIONE
Il male, in quanto privazione, è un
ente di ragione
:
esiste solo per la ragione e può riguardare
sia la cosa in sé (aspetto statico)
sia la sua operazione (aspetto dinamico)
Proprio perché non ha consistenza propria, il male non può essere un assoluto (totale) :
si riferisce sempre a qualcosa e per questo è un
“predicato accidentale” (una cosa che capita a un soggetto senza farlo diventare un’altra cosa)
Non deriva da Dio, causa prima universale (causa originaria di tutto) ma dalle cause seconde (tutto ciò che è stato creato da Dio):
Dio non vuole direttamente il male, ma lo permette, perché nella sua provvidenza può volgerlo al bene
Questa prospettiva permette di comprendere meglio anche il celebre argomento di Epicuro:
1.
se Dio vuole eliminare i mali ma non può, è imperfetto; se può ma non vuole, è invidioso; se non può né vuole, non è Dio;
2.
se invece può e vuole, come conviene a Dio, da dove vengono i mali e perché non li elimina? La questione diventa allora capire che cosa sia il male e in che modo “esista”
Nella Summa theologiae, Tommaso affronta direttamente questo punto e afferma che il male è distante sia dall’
ente simpliciter (ciò che esiste propriamente nella realtà, quindi un ente che ha un'esistenza concreta)
sia dal
non‑ente simpliciter (qualcosa che non esiste in modo proprio o autonomo)
:
non è né habitus né pura negazione, ma privazione
il male quindi non è un ente (qualcosa che esiste davvero) e non è un bene, perché è la rimozione di entrambi
dato che l’ente, in quanto tale, è bene
Da una parte, il male
“non esiste”
dall’altra
“esiste come privazione”
Per capire cosa significhi
“privazione”
, Tommaso si appoggia alla struttura dell’essere elaborata da
Aristotele
:
Aristotele infatti, insegna che
“l’essere si dice in molti modi”
Egli distingue 3 cose:
“ente per accidente”
infine distingue i modi dell’ente per sé
l’ente in “ente per sé
Poiché l’ente si divide solo in per sé (si divide secondo ciò che lo definisce essenzialmente, cioè per quello che lui è "di suo") e per accidente (coincidenze), è all’interno di queste due grandi divisioni che bisogna individuare i diversi modi dell’essere
Tommaso precisa che tra ciò che inerisce all’ente per sé ci sono le categorie e che nove di esse sono
“accidenti”
Per questo distingue
l’“ente secondo accidente” dall’“accidente”:
1.
L’ente secondo accidente riguarda il rapporto dell’accidente con la sostanza, espresso dal verbo “essere”, come in
“l’uomo è bianco”( è solo un modo di descrivere un attributo. Non cambia assolutamente la natura dell’uomo)
l’insieme
“l’uomo è bianco” è un ente per accidente
2.
nell’ente secondo sé, ciascuna categoria indica qualcosa che nella sua natura è o sostanza o accidente
"Quindi, in questo contesto, l'accidente è proprio quell'attributo che può capitare a un ente sostanza, come l’essere bianco, alto o seduto, senza cambiarne l’essenza
A questo punto Tommaso può chiarire i modi in cui si dice l’essere “secondo sé”, che sono tre:
Il
secondo
è l’ente che esiste solo nella mente, cioè
l’essere come verità della proposizione (un'affermazione è vera se corrisponde ai fatti)
Il
terzo
è l’ente diviso in potenza e atto: questa divisione è più comune dell’ente perfetto, perché l’ente in potenza è ente solo in un certo senso ed è imperfetto
Il
primo
è l’ente fuori dell’anima, secondo i dieci predicamenti (categorie): questo è
l’ente perfetto
Nel secondo modo di dire “essere”, Tommaso non parla dell’essere reale delle cose, ma dell’essere che riguarda la verità delle proposizioni
Qui
“essere”
significa semplicemente
che un enunciato è vero quando ciò che l’intelletto afferma corrisponde alla realtà
Per questo dice che
“essere significa la verità della cosa”
oppure
“il motivo per cui un enunciato è vero”
:
se la cosa c’è davvero, allora ciò che diciamo è vero; se non c’è, è falso
In questo secondo modo rientrano anche le privazioni, come la cecità (mancanza della vista)
Una privazione non è un ente reale, non ha un essere nelle cose:
è solo la mancanza di qualcosa
Tuttavia possiamo dire “quest’uomo è cieco” e questa proposizione può essere vera. Dunque la cecità “è” solo nel secondo modo,
cioè come verità di un enunciato, non come realtà esistente fuori della mente
Tommaso chiarisce così il rapporto tra
l’ente reale (quello che esiste fuori dell’anima)
l’ente di ragione (quello che esiste solo nella mente e nel linguaggio)
L’ente reale è causa, l’ente di ragione è effetto
, perché la
verità o falsità delle nostre proposizioni dipende da come stanno realmente le cose
L'intelletto è vero quando si adegua alla cosa, e questa adeguazione è ciò che Tommaso chiama
“verità”
Per questo motivo, anche quando l’intelletto
considera come “ente” qualcosa che in sé non è un ente reale (come una privazione),
possiamo comunque dire che “c’è” nel secondo modo,
perché la proposizione che la esprime è vera
Ma non possiamo dire che
“c’è” nel primo modo
, perché
non ha alcun essere nella realtà
Quindi, la cosa reale non dipende dalla nostra conoscenza:
è la conoscenza che deve adeguarsi alla cosa,
e da questo nasce la verità o la falsità delle nostre affermazioni