Campione e Brown (1978) propongono un modello a due livelli distinguendo il livello dello stoccaggio e reperimento delle informazioni nella memoria dal livello esecutivo, in cui entrano in gioco i
meccanismi capaci di regolare l'azione allo scopo di renderla efficace. Butterfield e Belmont (1977), invece, preferiscono parlare di due livelli di intelligenza: il primo è composto da processi denominati, ovvero subordinati alla
realizzazione di azioni e al loro monitoraggio; il secondo implica processi
definiti dominanti, pertanto preposti a coordinare, guidare ed eventualmente modificare i processi subordinati.Questi sono solo alcuni dei modelli del funzionamento metacognitivo che
tra gli anni Settanta e Novanta prolificarono nella letteratura psicopedagogica di stampo cognitivista.** Questo dato dimostra come la dimensione metacognitiva divenne un punto centrale di tale approccio, connotando una
volta per tutte i processi di apprendimento non più rivolti prevalentemente
all'acquisizione di informazioni ma piuttosto a determinare la qualità delle
modalità di apprendere.In altre parole, diventa cruciale non tanto il quanto
si apprende bensì il come, di conseguenza si cominciano a progettare attività
didattiche che dedichino attenzione crescente alla riflessione sul come si apprende e sull'imparare a imparare.
Le capacità metacognitive sono son state definite come flessibili e diacroniche,
soggette a diverse fasi di sviluppo (Albanese, Doudin, Martin, 1995). Contemporaneamente si riconosce come elemento fondamentale della metacognizione anche il sistema esecutivo per la presa di decisioni, quindi le abilità
di controllo e monitoraggio delle informazioni, oltre alla dimensione moti
vazionale. In sintesi, raggiungere un buon grado di riflessione metacognitiva significa far divenire consapevole quanto spesso avviene a livello inconsapevole allo scopo di migliorare costantemente le strategie di apprendimento.
In tal senso la metacognizione si afferma come la chiave di volta per distinguere l'apprendimento