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L’AVVENTO DEL FASCISMO E I PRIMI ANNI DEL REGIME - Coggle Diagram
L’AVVENTO DEL FASCISMO E I PRIMI ANNI DEL REGIME
1 La notte tra il 27 -28 1922 le squadre fasciste marciarono su Roma con l’obiettivo di far cadere il governo Facta.
re Vittorio Emanuele III rifiutò di firmare il decreto di stato d’assedio richiesto dal governo e, dopo le dimissioni di Facta, affidò a Mussolini l’incarico di formare il nuovo esecutivo.
L’avvento del fascismo è stato interpretato dalla storiografia o come un atto rivoluzionario o come un colpo di Stato monarchico-fascista.
2 Sotto il profilo della forma di governo parlamentare, i comportamenti della Corona e del fascismo furono illegittimi: il rifiuto dello stato d’assedio e la nomina di un capo del governo privo di una solida maggioranza parlamentare violavano i principi del parlamentarismo.
Merlini osserva forzature non rappresentarono una rottura formale della continuità costituzionale, poiché rientravano in una prassi già sperimentata durante l’età liberale (come nel caso del governo Salandra nel 1915).
3 Il primo governo Mussolini fu un governo di coalizione, sostenuto da una maggioranza parlamentare.
Il discorso del 1922, ottenendo il voto di fiducia, segnò uno strappo simbolico e politico, combinando minaccia insurrezionale e legittimazione monarchica.
L’ascesa del fascismo non ebbe un carattere rivoluzionario: Mussolini poté contare sul consenso della monarchia, dell’esercito, di settori della magistratura, dei gruppi industriali e degli agrari, ampie componenti parlamentari.
5 Sul piano economico e amministrativo, il primo fascismo adottò una linea liberista, affidata al ministro delle Finanze De Stefani.
Attraverso la delega dei pieni poteri (legge del 1922), il governo avviò una politica di riduzione delle funzioni dello Stato, smobilitazione del personale eccedente e rafforzamento del controllo finanziario centrale.
Questa strategia assicurò al regime la lealtà della burocrazia, rinunciando a una sua radicale fascistizzazione e privilegiando la continuità con l’apparato amministrativo liberale.
4 Fino al 1925 la politica di Mussolini fu caratterizzata da una ambiguità di fondo: da un lato si presentava come prosecuzione aggiornata dell’indirizzo autoritario già presente nella tradizione liberale; dall’altro mostrava segnali di trasformazioni più radicali.
l’istituzione del Gran Consiglio del fascismo (1922), organo “anfibio” tra partito e Stato, e della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (1923), corpo armato di partito progressivamente integrato nello Stato.
6 Il rapporto tra fascismo e burocrazia fu contraddittorio: Mussolini ne esaltò il ruolo come “forza continua e quotidiana”, allo stesso tempo la accusò di inerzia e sabotaggio.
La concezione fascista vedeva la burocrazia come una milizia dello Stato, fondata su disciplina, obbedienza e “persuasione spirituale”, sancita da un giuramento più impegnativo rispetto al passato.
il regime mantenne un atteggiamento pragmatico, preservando principi dello Stato liberale come il primato della legge e la neutralità dell’amministrazione.
7 La svolta decisiva avvenne tra il 1924-1925. Le elezioni del 1924, svoltesi secondo la legge Acerbo, garantirono al “listone” fascista una schiacciante maggioranza grazie al premio di maggioranza, in un clima di violenze e illegalità.
Il discorso di Giacomo Matteotti che denunciava questi abusi e il suo successivo assassinio segnarono la fine della prima fase del regime. Mussolini si trovò stretto tra le pressioni delle forze tradizionali, favorevoli a una normalizzazione, e quelle dell’ala intransigente del fascismo, che chiedeva una svolta dittatoriale.
8 La crisi si risolse con il discorso del 1925, con cui Mussolini assunse apertamente la responsabilità politica della violenza fascista e minacciò l’uso della forza per garantire ordine e stabilità.
A questo seguirono misure repressive e, 1925 - 1926, le leggi “fascistissime”, colpirono le libertà fondamentali, sciolsero le associazioni politiche, rafforzarono i poteri di polizia e istituirono strumenti repressivi come il confino e il Tribunale speciale.
10 Nonostante ciò, il regime non raggiunse mai un totalitarismo compiuto: la presenza della monarchia, della Chiesa cattolica, di una magistratura parzialmente autonoma e di ministeri dotati di proprie logiche limitarono l’assoluta concentrazione del potere.
osserva Melis, lo Stato fascista fu una “macchina imperfetta”, caratterizzata da compromessi e adattamenti più che da un controllo totale sulla società.
9 Sul piano costituzionale, due leggi furono decisive: la legge del 1925 sulle prerogative del Capo del Governo, che superò il principio del presidente del Consiglio come primus inter pares, e la legge del 1926, che attribuì all’esecutivo un vasto potere normativo tramite decreti.
Questi provvedimenti segnarono il superamento della forma di governo parlamentare e lo smantellamento della separazione dei poteri, come denunciato da Piero Calamandrei.