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giolitti
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Nel 1900 (29 luglio), il re Umberto I fu assassinato a Monza dall'anarchico Gaetano Bresci. Gli successe il figlio Vittorio Emanuele III.
Giolitti tornò al potere dopo il governo Zanardelli, mostrando apertura ai socialisti riformisti e ai cattolici. La sua politica interna rafforzò lo stato liberale.
Giolitti praticò il controllo delle elezioni tramite il sistema clientelare, una pratica nota come "giolittismo".
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Durante i suoi governi, si verificò un grande sviluppo industriale al nord. Giolitti introdusse interventi a favore dei lavoratori, tra cui:
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Giolitti tollerava gli scioperi. Egli sosteneva che lo Stato non dovesse intervenire, salvo in casi estremi; la questione doveva essere risolta tra le parti (operai e imprenditori). Riteneva che gli scioperi non potessero patrarsi per mancanza di riforme economiche da parte degli operai.
Promosse la bonifica di parte del territorio nazionale. La crescita industriale al nord e le sue politiche miravano a diminuire il divario tra nord e sud, attraverso riforme e costruzioni (come l'Acquedotto pugliese di Bagnoli, vicino Napoli).
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Gli scioperi in questo periodo erano caratterizzati dal persistente squilibrio tra nord e sud e da crisi economiche dovute a dure folle di classe. I salari non crescevano, e gli imprenditori non volevano che Giolitti sostenesse operai e contadini, portando Giolitti alle dimissioni.
Durante questo governo, Giolitti favorì l'operazione di conversione delle rendite per abbassare il debito pubblico italiano.
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Per quanto riguarda la politica interna, Giolitti è ricordato per l'allargamento del suffragio maschile nel 1912, che di fatto fu un passaggio verso il suffragio universale maschile. Giolitti pensava che coinvolgere le masse attraverso il suffragio universale potesse essere utile per disinnescare le tensioni. Egli riteneva che gli operai avrebbero votato membri dell'élite piuttosto che esponenti della loro stessa classe sociale.
Giolitti instaurò anche l'assicurazione statale obbligatoria per l'infortunio sul lavoro e per la malattia.
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Nel 1914, Giolitti si dimise a causa della crescita del massimalismo e delle tensioni sociali.
Gli successe Salandra che, insieme al Re e al ministro degli esteri Sonnino, firmò l'entrata in guerra dell'Italia nel 1915.