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Gabriele D'Annunzio - l'ideologia - Coggle Diagram
Gabriele D'Annunzio - l'ideologia
D’Annunzio come politico e ideologo
Oltre a essere scrittore, D’Annunzio volle anche influenzare la vita politica e culturale italiana: partecipò al Parlamento e intervenne spesso nei grandi temi del suo tempo. Nonostante cambiasse spesso opinione e partito, rimase sempre un
nazionalista
, cioè convinto della grandezza e della forza dell’Italia. Questa sua ideologia si vede:
nel sostegno alla politica coloniale del primo ministro Crispi (fine Ottocento);
nel suo entusiasmo per la Prima guerra mondiale, dove fu un interventista;
nell’impresa di Fiume (1919), quando occupò la città con i suoi seguaci;
e nel favore verso la guerra fascista in Etiopia (1935-36).
Il suo nazionalismo era simile a quello di Pascoli, ma più personale, teatrale e pieno di eroismo individuale.
Usava un linguaggio forte, spettacolare, pieno di effetti (
retorica roboante ed esibizionistica
), più per sedurre il pubblico che per farlo riflettere.
In questo modo anticipò lo stile del fascismo e di Mussolini, anche se non fu mai veramente coerente o pienamente fedele al regime: lo appoggiava ma restava autonomo e contraddittorio.
Una politica “
postpolitica
”
La sua ideologia è “postpolitica”, cioè oltre la politica.
Cosa significa?
Che D’Annunzio non seguiva una vera idea politica (né di destra né di sinistra), ma si muoveva sempre dalla parte che in quel momento gli sembrava più forte, vincente o interessante.
Per lui la politica era parte della sua “messa in scena personale”: serviva a farsi notare, a vivere esperienze nuove, a dare spettacolo.
Non agiva per un vero progetto collettivo, ma per realizzare se stesso e restare al centro dell’attenzione.
Quindi la sua ideologia rispondeva più a un bisogno individuale (essere protagonista, usare i meccanismi della società di massa) che a un impegno politico sincero.
Una politica anche “
prepolitica
”
Ma allo stesso tempo è anche definita “prepolitica”, cioè prima della politica.
Vuol dire che D’Annunzio non ragiona come un politico, ma come un istinto naturale, un essere guidato dal sentimento e dall’emozione.
Il suo “io” si fonde con la natura, con la vita stessa: è il cosiddetto
panismo
, cioè l’idea che tutto — uomo, natura, arte — sia unito in un’unica energia vitale.
Il termine viene da Pan, il dio della natura.
Per D’Annunzio significa fusione totale dell’uomo con la natura: non c’è più distinzione tra soggetto e mondo.
L’individuo non riflette, sente. Si dissolve nel tutto, provando una specie di estasi vitale.
È un’esperienza istintiva, sensuale e quasi religiosa: l’uomo si sente parte del cosmo, del mare, del vento, degli animali.
Il panismo è anche il modo con cui D’Annunzio reagisce alla modernità: invece di analizzarla o cambiarla, la ignora, rifugiandosi nella bellezza della natura e nella percezione pura.
Questa visione si ispira a Nietzsche, ma in modo parziale e personale: il suo “superuomo” non combatte davvero per cambiare la società, ma vive al di sopra della storia, ignorando i problemi reali del mondo.
La sua idea di
arte
Per D’Annunzio,
l’arte è bellezza assoluta
.
Riprende il senso classico della bellezza di Carducci, ma anche l’estetismo decadente:
da un lato si vede come ultimo umanista, erede dei grandi del passato;
dall’altro come artista moderno e raffinato, in una società dominata dal mercato e dai mezzi di comunicazione.
Qui nasce una contraddizione:
D’Annunzio disprezza la società di massa,
ma allo stesso tempo sa usare i suoi strumenti (pubblicità, giornali, marketing editoriale) per costruire la propria fama.
In pratica, diventa il primo artista “moderno” che si trasforma in un marchio, creando attorno a sé un culto della personalità.
Accettazione
del presente e della società
D’Annunzio non vuole cambiare la società, ma accettarla così com’è.
Questo atteggiamento nasconde in realtà una certa passività: si presenta come un ribelle e un genio, ma accetta e serve i valori delle classi dominanti.
Infatti:
Esalta la borghesia industriale, che rappresenta il progresso e l’ordine;
disprezza le masse popolari, definite “plebe”, “canaglia”, “cieca demenza”.
rifiuta la democrazia, non crede nel popolo, e si schiera dalla parte di chi detiene il potere.
Il potere della parola
D’Annunzio crede che la parola abbia un potere assoluto.
Dice: “La scienza delle parole è la scienza suprema: chi conosce questa, conosce tutto.”
Per lui la forma (il verso, il linguaggio) è tutto: non serve spiegare, basta suscitare emozione.
L’arte e la vita diventano una cosa sola
Per risolvere le sue contraddizioni, D’Annunzio unisce arte e vita.
Trasforma la sua esistenza in uno spettacolo continuo: il lusso, gli amori, la guerra, la politica, tutto diventa parte della sua “opera d’arte vivente”.
Vive come se fosse sempre su un palcoscenico.
Per lui non c’è differenza tra privato e pubblico, tra il poeta e il personaggio.
L’arte diventa una recita sociale, in cui mostra se stesso come esempio di bellezza e potenza.
Lo stile e la tecnica
La sua scrittura si basa sull’analogia (cioè sul collegamento simbolico tra cose diverse), la metafora, la sinestesia.
Ogni immagine richiama un’altra immagine, ogni parola ha più significati.
D’Annunzio cerca una lingua ricchissima e sensuale, che sembri allo stesso tempo artificiale e naturale, cioè costruita ma viva.
Per lui “Natura e Arte sono un dio bifronte”: due facce della stessa realtà.