La religione dei Romani era aperta ad influssi esterni e molto simile a quella greca. Le principali divinità erano la Triade Capitolina, composta da Giove, cioè Zeus, Giunone, cioè Era, e Minerva, cioè Atena. Il resto delle divinità era molto simile a quella greca, con nomi differenti. L'unica differenza tra le due religioni era che i Romani praticavano il timore degli dèi. Infatti, essi praticavano riti, consultavano i libri sibilini e facevano sacrifici per timore dell'ira degli dèi. Alcune divinità che i Greci non avevano erano, per esempio, Quirino, dio dei cittadini romani, Vesta, la dea del focolare, i Lari, spiriti degli antenati, e i Penati, spiriti della casa. I Romani ambivano alla Pax deorum, infatti sostenevano che se il tempio della Triade Capitolina o il fuoco di Vesta fossero rimasti intatti, Roma avrebbe continuato a essere grande.
La vita politica e quella religiosa andavano di pari passo. Ogni volta che bisognava sancire una nuova legge, dichiarare una guerra o sancire un'alleanza, venivano prima consultati gli oracoli. Coloro che avevano il potere massimo erano i pontefici, 5 fino al 300 a.C. Il pontefice massimo, la carica sacerdotale più alta, doveva essere eletto tra le famiglie che sin dall'origine avevano il potere di interpretare gli aruspici di Giove. Esso poteva decretare i giorni fasti da quelli nefasti. In questi ultimi cessava ogni attività e la città si dedicava alla religione. Dal pontefice dipendevano i Flamini, sacerdoti scelti dalle divinità, e Vestali, le sacerdotesse di Vesta, scelte sin dalla giovane età. Essi si occupavano di sacrifici verso le divinità e specificatamente le Vestali di tenere il fuoco della Dea Vesta acceso. Se una Vestale compieva un atto carnale con un uomo, veniva murata viva dentro una stanza con del cibo e un letto.