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DIAGNOSI NOSOGRAFICA - Coggle Diagram
DIAGNOSI NOSOGRAFICA
I dati emersi dal processo diagnostico devono innanzitutto essere "inquadrati", ovvero ricondotti a un
"quadro" che li contenga e li riassuma in modo coerente, in rapporto - se possibile - a sequenze etiopatogenetiche definite
Il "quadro" scelto dal clinico rappresenta la diagnosi nosografica, la quale, seguendo il procedimento
tipico delle scienze mediche, inizia dall'analisi dei sintomi per arrivare alla classificazione
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La diagnosi nosografica, intesa come etichetta descrittiva all'interno di un sistema di classificazione,
si rivela di indiscutibile utilità per le indagini epidemiologiche e per la programmazione di interventi di carattere socio-sanitario
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Questo sistema considera tutti i quadri patologici che possono emergere nella comune pratica clinica e,
per ciascuno di essi, stabilisce una serie di criteri diagnostici che ne delineano le caratteristiche e i sintomi
L'ICD è un sistema di classificazione che si basa su categorie gerarchiche, in cui ogni malattia è identificata da un codice alfanumerico
Questo codice inizia con una lettera che rappresenta una "Famiglia" di malattie, seguita da una
sequenza di numeri che offrono ulteriori dettagli sulle caratteristiche cliniche della condizione specifica
Oltre all'ICD, è ampiamente riconosciuto in letteratura il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders
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L'utilizzo dell'ICD-10 o del DSM-5 per la formulazione della diagnosi rappresenta ciò che viene definito un approccio categoriale alla diagnosi
In ambito psichiatrico l'approccio categoriale classifica i disturbi mentali in diverse categorie, utilizzando
set di criteri con caratteristiche descrittive (i segni). Ad esempio, il Disturbo Oppositivo Provocatorio
è definito dal DSM-5 come una categoria che si basa su 8 criteri diagnostici, identificabili in comportamenti
considerati caratteristici del disturbo. La diagnosi può essere stabilita se sono presenti 4 o più dei criteri diagnostici specificati
L'approccio categoriale, che già solleva dubbi significativi per alcuni disturbi mentali negli adulti, appare
ancora più fragile in età evolutiva in termini di affidabilità e validità. Per definizione, l'approccio categoriale
si pone come un approccio ateoretico: si limita a identificare le caratteristiche descrittive dei comportamenti che
definiscono la categoria, senza affrontare la questione della natura dei comportamenti considerati caratteristici
Se ciò può andare abbastanza bene negli adulti, in cui i comportamenti (normali e patologici) sono generalmente
più strutturati, stabili e ben definiti nella loro fenomenologia, risulta meno efficace nei bambini, i cui comportamenti
(normali e patologici) tendono a essere meno strutturati, mutevoli e poco definiti nella loro espressività
Nei bambini è comune che un segno (o sintomo) si associ a diversi altri segni, ognuno appartenente a
categorie diagnostiche distinte. Abbandonando l'indagine sulla "natura" del segno (o sintomo) osservato
l'approccio categoriale affronta la questione attraverso il concetto di comorbidità: un bambino con più
segni riceverà tante diagnosi quante sono le categorie diagnostiche corrispondenti ai segni presentati
L'altro approccio alla classificazione dei disturbi mentali è quello dimensionale. In un sistema dimensionale
si fa riferimento a specifiche dimensioni intese come caratteristiche che si distribuiscono lungo un continuum, con vari gradi di espressività
questa prospettiva, uno stato emotivo (come l'ansia), un comportamento (come la ripetitività)
o un modo di relazionarsi (come la socievolezza) possono essere considerati come dimensioni da valutare
non come elementi per l'assegnazione a una categoria, ma in sé stesse, basandosi su una quantificazione degli attributi
Tuttavia, è importante notare che una classificazione di tutti i disturbi mentali basata su un
approccio dimensionale risulta poco praticabile a causa delle difficoltà nel definire le dimensioni da considerare
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L'approccio categoriale, sebbene presenti indiscutibili limiti, favorisce la standardizzazione delle terminologie
e, di conseguenza, la "comunicazione" tra i diversi operatori, grazie all'uso di etichette descrittive
condivise a livello internazionale. Questo è uno dei motivi per cui, anche nella fascia di età 0-3 anni, dove i
sistemi di classificazione ICD-10 e DSM-5 risultano difficilmente applicabili, è stato sviluppato un sistema specifico
per classificare i disturbi che possono manifestarsi in questa età. Si tratta della Classificazione Diagnostica 0-3 anni
recentemente rielaborata ed estesa fino ai 5 anni (DC:0-5). È importante sottolineare, tuttavia, che le
"diagnosi" incluse in questo sistema non aspirano a essere stabili; piuttosto, hanno l'obiettivo di offrire una sistematizzazione
alla varietà di disordini osservabili in questa particolare fascia di età, assumendo che si tratti di "diagnosi di lavoro