Mattia Pascal, bibliotecario in un paesino ligure, vive una vita insoddisfacente, intrappolato in un matrimonio infelice e in una famiglia opprimente. Un giorno, per una serie di circostanze fortuite, scopre che è stato dato per morto. Decide allora di approfittarne e iniziare una nuova vita con un'altra identità (Adriano Meis). Tuttavia, scopre presto che senza un'identità legale non può veramente esistere: non può amare, sposarsi, firmare contratti. Alla fine, finge un altro suicidio e torna alla vita precedente… ma è troppo tardi: ormai è "il fu Mattia Pascal", un uomo che non ha più un posto nel mondo.
Il romanzo è tutto imperniato sulla domanda: Chi sono io davvero? Mattia tenta di costruire sé stesso da capo, liberandosi dal passato e dalla maschera sociale. Ma si rende conto che l’identità non è solo scelta individuale, bensì anche riconosciuta dagli altri e dalle istituzioni. Identità come costrutto sociale: non basta cambiare nome per essere un altro. Crisi dell’io moderno: l’io non è stabile né coerente, ma fluido e mutevole. Contrasto tra essere e apparire: anche la nuova identità è una maschera. Impossibilità della libertà assoluta: Mattia crede di liberarsi, ma resta prigioniero dell’assenza di senso.
“Io non saprei proprio dire ch’io sia... io sono il fu Mattia Pascal.”
Questa frase compare alla fine del romanzo, quando Mattia torna nel suo paese e si rende conto che non può più riassumere il vecchio ruolo, ma neppure vivere come Adriano Meis. Si ritrova senza identità.
È la massima espressione della crisi dell’identità personale. L’individuo non ha un’essenza stabile, ma solo nomi e ruoli che la società gli attribuisce. Esprime lo smarrimento esistenziale tipico del Novecento: l’uomo moderno è senza certezze, senza centro. Mattia è vivo, ma socialmente morto: è un fantasma di sé stesso, una non-persona.