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GABRIELE D'ANNUNZIO 4 - Coggle Diagram
GABRIELE D'ANNUNZIO 4
L'estetismo dannunziano
la bellezza deve essere raggiunta, non importa con quali mezzi, tramite un continuo affinamento del gusto.
L'estetismo rappresenta la prima fase della ricerca artistica di D'Annunzio, che si esplicita nel culto della bellezza e nell'identificazione di arte e vita, e trae spunto da opere della cultura europea, soprattutto inglese e francese.
Da un punto di vista stilistico, D'Annunzio opera soluzioni lessicali, sintattiche, retoriche che privilegiano toni sostenuti e modulazioni più solenni della lingua letteraria:
lo stile risulta molto impreziosito, rispetto alla trama, e raggiunge un elevato grado di veridicita e musicalità.
Da un punto di vista ideologico, l'estetismo si traduce nel assaporare tutti i doni dell'esistenza, tenendosi lontano dalla massa volgare e da ogni impegno attivo sociale e politico, col fine di dedicarsi solo al lusso superfluo.
Tuttavia l'esteta dannunziana è destinato a fallire, poiché non riesce a coprire con la raffinatezza le debolezze e la sterilità del suo mondo:
privo di morale e di forze di volontà, è destinato alla solitudine, alla sconfitta e all'impossibilità dell'agire;
è incapace di adattarsi al mondo e finisce per disgregarsi, è insoddisfatto e misero, arriva a incarnare i tratti dell'inetto.
La vita, votata al bello, assegna all'arte un valore supremo e assoluto che deve essere sottratta da ogni vincolo etico:
Il Superomismo
Estetismo e superomismo sono aspetti complementari dell'ispirazione sensuale e dell'affermazione della vitalità pura come norma suprema che non deve obbedire a niente e nessuno.
Per d'Annunzio il superuomo è infatti una creatura di sensibilità superiore, un individuo
eccezionale al quale spettano il diritto e il dovere di opporsi all'insulsa realtà borghese, per realizzare senza incertezze il proprio domino sulla realtà.
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"I pochi, i liberi, coloro che pensano e sentono" rappresentano una nuova aristocrazia dello spirito che, attraverso il culto del bello e un'anima risoluta, potrà imporsi sulla massa, in spregio alle comuni leggi del bene e del male.
Questa concezione antidemocratica viene richiamata come una precisa visione dell'uomo e del mondo dopo la lettura delle opere di Nietzsche.
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il poeta accoglie l'esaltazione della volontà di potenza, il disprezzo per le masse, il culto della civiltà classica e la rivendicazione della componente "dionisiaca" e irrazionale dell'uomo a scapito di quella razionale e ordinata, mentre ignora la critica radicale delle ideologie e del progresso.
L'interpretazione di d'Annunzio si appunta sugli elementi più aggressivi e vitalistici, insiste sulla polemica contro l'uguaglianza e sottolinea la concezione dell'uomo e dell'artista posti al di sopra delle norme morali. Il pensiero di Nietzsche da "critico" diventa, nella lettera di d'Annunzio,
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A differenza del superuomo di Nietzsche, quello dannunziano si impegna anche nella battaglia politica: Cantelmo non si limita al culto del bello e dell'arte (come Sperelli nel "Piacere"), ma aspira a combattere la corruzione, la volgarità delle masse e la degenerazione del sistema parlamentare.
"pratico", ossia una sorta di morale dell'azione che non comporta la distruzione di tutti i valori borghesi ma la loro sublimazione in un insieme di ideologie, fatto di bei gesti, azioni eroiche e pulsioni anti democratiche.
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Come dimostra l'attività politica di D'Annunzio (l'elezione parlamentare nella Destra e poi il clamoroso passaggio alla Sinistra, il nazionalismo interventista e l'impresa fiumana, il rapporto di amore ed odio con Mussolini), il suo sistema di idee è al di sopra di schemi, etichette e partiti:
Un tentativo che riesce certamente a d'Annunzio
intellettuale, non altrettanto a quello politico: lo sdegnoso isolamento nel quale volle rinchiudersi, nella causa-mausoleo-tomba del Vittoriale, esprime proprio il suo fallimento quale uomo d'azione,
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In più: Influenze del Verismo su D'Annunzio: sono presenti in "Terra vergine" (una raccolta di novelle) e consistono nella presenza di figure e paesaggi della sua terra; l'Abruzzo di D'Annunzio ricorda certe descrizioni in "Vita dei campi" di Verga.
Ma il mondo di D'Annunzio è idilliaco, ci sono le passioni primordiali espresse sotto forma di un erotismo vorace, irrefrenabile ma anche di una violenza sanguinaria.
Manca la lucida indagine di Verga sui meccanismi della lotta per la vita nelle "basse sfere". Sul piano delle tecniche narrative, non c'è l'impersonalità, l'eclisse dell'autore bensì l'intromissione della soggettività del narratore.