Nello stesso anno, uno psicologo tedesco, William Stern (1871-1938), che all’epoca insegnava all’Università di Breslau, introdusse di fatto il termine “età mentale” e suggerì di dividere l’età mentale ottenuta col test di Binet e Simon per l’età cronologica, ottenendo quello che chiamò Intelligenz Quotient. Quindi, un bambino con un’età mentale di 7 anni e un’età cronologica di 8 avrebbe un quoziente intellettivo di 7 / 8 = 0,88, mentre un bambino con un’età mentale di 10 anni e una cronologica di 9 avrebbe un quoziente intellettivo di 10 / 9 = 1,11. Un bambino con intelligenza “normale” avrebbe quindi un quoziente intellettivo di 1,00. Noi però sappiamo che il quoziente intellettivo, di solito abbreviato in QI, presenta un valore medio nella popolazione di 100: l’abbreviazione e la moltiplicazione per 100 del quoziente vennero introdotte nel 1916 da Lewis Terman (Terman, 1916) negli Stati Uniti, dove il test vivrà, come vedremo fra poco, molte peripezie. Stern, fra l’altro, propose anche di considerare con più attenzione il criterio dei “tre anni meno dell’età cronologica” per decidere sul ritardo mentale, in quanto un bambino di 5 anni con un’età mentale di 2 era più ritardato di uno di 13 anni con un’età mentale 10 (Stern, 1912).
Binet non amava il concetto di quoziente intellettivo, e in particolare non apprezzava il rappresentare l’intelligenza con un numero. La morte lo colse proprio nel 1911, e non poté assistere al destino che attendeva il test negli Stati Uniti. Simon, che invece fu testimone degli sviluppi, dichiarò che il concetto di QI era un “tradimento” degli obiettivi originali della scala (Fancher, 1985). Binet, infatti, considerava la sua scala come uno strumento per identificare i bambini che necessitavano di un programma di istruzione speciale ed era ferocemente contrario ad una concezione di intelligenza come attributo ereditario: la riteneva infatti una facoltà che chiunque poteva sviluppare, anche grazie a quella che chiamava ortopedia mentale, ossia esercizi per il miglioramento della volontà, dell’attenzione e della disciplina. Nella sua visione l’intelligenza non era una singola, indivisibile funzione, ma un insieme di piccole funzioni di discriminazione, osservazione, memoria, etc, il cui livello poteva essere sviluppato fino ad un certo limite, questo sì, ereditario (Binet, 1909).