La relazione d'aiuto e le capacità relazionali: la relazione professionale anima il processo di aiuto e ne costituisce elemento rilevante nella determinazione dei suoi esiti sostenendo l'incremento della consapevolezza, la motivazione al cambiamento e la capacità di azione. Il rischio di sostituire un agire dotato di senso con un fare frenetico e burocratizzato è elevato. Opportunità di promuovere crescita e cambiamento, evitando di semplificare le richieste e di rispondere in modo standardizzato sulla base di cataloghi di prestazioni che sembrano presupporre i bisogni delle persone che invece vanno conosciti e compresi nella loro particolarità.
sette elementi costitutivi della relazione (Biestek)
1) riconoscimento della necessità del soggetto di esprimere liberamente i propri stati d'animo e sentimenti, positivi e negativi, assicurando ascolto attento e accoglienza;
2) controllata partecipazione emotiva, da parte del professionista, nel senso di un coinvolgimento consapevole e controllato;
3) accettazione, cioè riconoscimento della dignità innata della persona, da non confondere con l'approvazione di qualsiasi tipo di condotta;
4) individualizzazione, intesa come riconoscimento e comprensione dell'unicità della persona;
5) atteggiamento non giudicante, nel senso di astensione dai giudizi di colpevolezza;
6) rispetto dell'autodeterminazione, basato sul diritto della persona di fare le proprie scelte sulla base della consapevolezza circa le conseguenze;
7) confidenzialità, garanzia di riservatezza.
Reid (1985): considera il rapporto come mezzo per stimolare e promuovere l'azione ma ritiene che esso debba integrarsi con la strategia del compito.
Germain e Gitterman (1985): tale rapporto è caratterizzato da autenticità e reciprocità che sollecitano l'autonomia della persona e tendono a ridurre la differenza di potere tra persona e professionista.
Pincus e Minahan (1985): le relazioni d'aiuto non si strutturano in termini esclusivamente collaborativi ma contemplano anche la dimensione della resistenza, del conflitto e della contrattazione.
Applegate e Bonovitz (1998): rapporto professionale il catalizzatore del cambiamento nell'ambito di un processo che considera l'unità persona ambiente come specifico campo d'azione del servizio sociale.
Ferrario (1996) e Campanini (2002): canale che consente di favorire processi evolutivi comunicando accoglienza, ascolto, comprensione, accettazione dell'altro, potenzialità.
Dal Pra Ponticelli (1987): individua nella relazione d'aiuto cinque elementi fondamentali: ascolto attivo; riflessione condivisa; promozione di una percezione della situazione diversa da quella stereotipata; assunzione congiunta di decisioni; valutazione comune dei risultati.
Casartelli, Cola, Merlini (2017): tre fasi della relazione d'aiuto - accoglienza, scambio e conclusioni - in ottica analitico transnazionale, con particolare riferimento agli studi dell'IO e il protagonismo della persona nel processo d'aiuto.
Ferrario (1994): relazione dialogica e abilitante. Dialogica perché è fondata su uno scambio dialogante in cui l'assistente sociale immette prospettive nuove nella visione del soggetto e abilitante perché nello scambio passano il riconoscimento e il rinforzo di energie e competenze non sempre manifeste e la messa in evidenza di risorse interne ed esterne cui accedere. La relazione è contenitiva: apertura di uno spazio con la persona per poter guardare, definire, nominare e lavorare il problema.
Il procedere è intenzionale e consapevole, orientato alla persona, volto al raggiungimento dello scopo comune, frutto di accordo tra i partecipanti e fondato sulle rispettive responsabilità. Indispensabile che diventi fiduciaria, la fiducia non può essere supposta o pretesa, va coltivata ponendo attenzione alla soggettiva esperienza che ha consentito o impedito al soggetto di maturare fiducia in altre persone e in sé stessi. Autentica comprensione e competenza.
Le competenze relazionali:
Blandino: capacità relazionali come ricettive, non riducibili alle abilità tecniche perché presuppongono capacità e disponibilità a riflettere e ad essere in contatto profondo con i sentimenti propri e quelli dell'interlocutore;
Bion, Blandino - capacità negativa: tollerare la frustrazione di non capire, di non sapere come muoversi, accettare di mantenere il giudizio sospeso, non andare alla ricerca di spiegazioni a tutti i costi che spesso si risolvono in razionalizzazioni utili a togliersi le ansie ma non a comprendere le situazioni o le problematiche della persona;
Parsons - neutralità affettiva: separare sfera personale e professionale, astensione da retroazioni dettate dalle risonanze emotive;
Fargion: capacità di essere professionisti vicini alle persone, in grado di comprendere e sentire le loro storie, implica il sapersi coinvolgere ed essere in grado di leggere i sentimenti dell'altra persona e propri.
Ferrario - modulazione della distanza: necessità di dissociarsi dalla situazione così da poterla interrogare. Trova solide basi in contributi sia psicologici che sociologici come quello di Elias che ci aiuta a comprendere come coinvolgimento e distacco sono due poli di un continuum che richiedono di essere posti in equilibrio attraverso un processo di autoregolazione.
La conoscenza di sé: l'attenzione al Sé è un aspetto che riguarda l'esercizio professionale nelle diverse dimensioni che comportano l'uso della relazione a livelli diversi e con funzioni differenti. Indispensabile per svolgere l'operazione di dissociazione che consente di porsi in una posizione di esplorazione, volta alla conoscenza e alla comprensione etero centrate e rispettose del mondo vitale della persona interessata.
Hamilton: necessità di conoscere le motivazioni che lo hanno condotto alla scelta di una professione d'aiuto e rendersi conto della propria soggettività, dei pregiudizi, delle tendenze.
Perlman: ciò che non è reso consapevole o è negato sfugge al controllo, l'assunzione di uno sguardo più possibile obiettivo non può che passare attraverso il riconoscimento della propria soggettività e la consapevolezza di sé.
Maas: conoscenza di sé tra i principi generali dai quali si fanno derivare gli atteggiamenti professionali. Questo principio esige che l'assistente sociale sia abbastanza cosciente di sé e delle proprie reazioni da saper distinguere cosa abbia una giustificazione personale e cosa abbia una giustificazione professionale.
Dal Pra Ponticelli: l'atteggiamento empatico presuppone nel professionista una disponibilità emotiva derivante da un uso di Sé e dei meccanismi interattivi consapevoli.
Relazione complessa con la persona. Se ci si ferma a riflettere si ritrovano meccanismi difensivi agiti nei confronti dell'angoscia, dell'insicurezza, della paura di essere invasi. Si collude con il soggetto e nel non vedere un problema, nel minimizzarlo, nell'evitare di sondarlo; ci si irrigidisce dietro schemi burocratici cercando di incanalare in essi la complessità di una situazione, spogliandola dai contenuti emotivi, si sommerge la persona di consigli, come per ridurre rischi di comportamenti considerati dannosi, sentendosi così più tranquilli.
Ansia del fare: si attivano e si sovrappongono innumerevoli interventi, scelte diverse, sensazione di non essere adempienti. Importante accettare momenti di pausa in cui si pensa per riconoscere il disagio e le emozioni connesse al contatto con ciò che è altro da noi, potendo essere presenti e ricettivi nell'accogliere la persona.
Sanicola: porsi in una posizione di ricezione non riconducendo ogni cosa a ciò che si crede di sapere o si ritiene giusto: non sovrapporre la nostra personale esperienza a quella della persona e non considerare quest'ultima per quel che pensiamo sia o debba essere.
Cerulo: la non intenzionalità delle emozioni e il fatto che trovino una strada per manifestarsi ci porta a comprendere come la negazione o la repressione delle stesse non possa che condurre il professionista a esserne invaso pregiudicandone la capacità di esame di realtà e di valutazione, oppure a rispondere in termini superficiali e stereotipati.
Sicora: l'ascolto e la conoscenza di sé aprono alla possibilità di gestire le risonanze interiori per evitare di colludere, manipolare e astenersi da interventi rispondenti ai propri bisogni. Tali risonanze emotive, se correttamente decodificate, possono essere usate per comprendere messaggi non espliciti che la persona trasmette. Ascoltare e usare queste emozioni può permetterci di sentire meglio la situazione in cui vive la persona, evitando di intervenire prima di aver compreso. Necessario essere in contatto con i propri schemi cognitivi e culturali, da saper riconoscere e gestire l'interferenza dei nostri personali pregiudizi e stereotipi, ma anche dei nostri personali riferimenti valoriali nell'incontro con chi è sempre altro da sé e soprattutto se proviene da un differente contesto geografico e socioculturale.
Conoscenza di sé: atteggiamento professionale presupposto per evitare rischi di asetticità, collusione, manipolazione, rigidità e resistenza.
Fazzi: importanza della cura di sé annoverandola tra le competenze chiave e fornendo lucide indicazioni per individuare i passaggi necessari.
Elementi di complessità:
- rischio di rispecchiarsi nell'immagine errata di distributore di risorse materiali e avvitamento in un ritmo convulso in cui tempo e spazio mentali sono saturati da una frenetica ricerca di soluzioni pratiche;
- influenza dell'ente: al di là dei liberi professionisti, il rapporto con la persona si sviluppa in un sistema che offre risorse e pone vincoli influenzando la relazione professionale. Incrocio di significati attribuiti allo stesso servizio, maggiormente oggetto di proiezioni negative se pubblico. Per Milana e Pittaluga il servizio rappresenta un terzo strutturante che disegna i confini entro cui si muove la relazione. Tali confini sono costituiti dagli scopi, dalle funzioni e dalle regole e devono essere coniugati con il compito che viene assunto concordemente per innescare un cambiamento;
- necessità di regolare l'asimmetria del rapporto con l'orientamento all'empowerment. Importante promuovere la partecipazione attiva del soggetto, indubbio che si configuri come asimmetrica. L'assistente sociale riveste un ruolo che detiene una componente di potere, legato sostanzialmente al controllo del processo da gestire correttamente in modo da non indurre dipendenza o derive prevaricanti. Importante presidiare i rischi di gestire arbitrariamente gli spazi decisionali, ma anche la direttività e l'influenza, nonché la posizione di rappresentante del proprio ente nel rapporto diretto con le persone;
- saper evitare la collusione con la persona rispetto ad aspettative irrealistiche o non dichiarate, ai tentativi di eludere una realtà troppo penosa, al riversare sull'esterno le responsabilità tirandosi fuori dal governo della propria vita o al lasciarsi paralizzare dal senso di inadeguatezza delegando il professionista;
- presenza di utenti involontari, tale contatto rappresenta un passaggio obbligato, quando una valutazione/definizione di un progetto costituiscono il requisito per ottenere una prestazione o un beneficio. La persona potrebbe apparire interessata unicamente al risultato concreto, ritraendosi da un'attiva partecipazione all'intervento, soprattutto se ne ravvisa solo un senso strumentale oppure manifestando apertamente ostilità e diffidenza. Compito del professionista aprire spazi di riflessione che consentano alla persona l'espressione delle ragioni della sua indifferenza o contrarietà, ricorrendo anche alla chiarificazione circa il compito.