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La guerra degli schermi. Gli esercenti cinematografici e l'avvento…
La guerra degli schermi. Gli esercenti cinematografici e l'avvento della televisione
L'autore Guido Guarda, in uno dei primi libri dedicati alla televisione degli anni '50 da una
prospettiva non strettamente tecnica, ironizza sulla situazione degli esercenti cinematografici
italiani confrontati con la crescente concorrenza della televisione. Guarda utilizza la forma retorica
di una lettera aperta, rivolta idealmente a un proprietario di sala cinematografica, per condurlo
attraverso il percorso seguito dal cinema nei quindici anni successivi alla Seconda Guerra
Mondiale, durante la "guerra degli schermi" con la televisione. L'autore sottolinea come negli Stati
Uniti, l'industria cinematografica abbia subito gravi perdite con la chiusura di migliaia di sale dopo
l'avvento della televisione. Guarda avverte ironicamente i proprietari italiani di sale
cinematografiche che resistere alla televisione potrebbe essere una battaglia persa. Nonostante le
previsioni fosche di Guarda, l'Italia degli anni '50 non subì immediatamente un crollo simile a
quello degli Stati Uniti. Tuttavia, si registrarono segnali di cambiamento con un aumento della
spesa per il divertimento nei grandi centri e una flessione delle frequentazioni nelle sale
cinematografiche, specialmente al centro-nord. L'articolo si propone di esaminare il ruolo degli
esercenti cinematografici italiani durante questo periodo cruciale e la loro contribuzione alla
costruzione sociale della televisione italiana degli anni '50, basandosi sull'analisi di fonti trascurate
dagli studi precedenti, come le riviste dell'Associazione Generale Italiana dello Spettacolo (Agis).
Gli esercenti cinematografici italiani, tramite la loro associazione di categoria, hanno
deliberatamente cercato di proteggere il cinema come prodotto commerciale specificamente
destinato alle sale cinematografiche, adottando una strategia di contenimento della concorrenza
televisiva fin dal 1949, cinque anni prima che la televisione diventasse diffusa in Italia. Mario Villa,
avvocato e proprietario di una catena di sale cinematografiche nel nord Italia, fu uno dei primi a
mettere in guardia il settore sulla possibilità di perdere l'esclusività dei film a causa della
televisione. Villa si basava su esempi preoccupanti dalla Francia e dagli Stati Uniti, dove la
televisione stava influenzando negativamente le frequentazioni delle sale cinematografiche.
L'Associazione Lombarda Esercenti Cinema e Teatri (Alec), fondata nel 1950 insieme ad altre
nazioni europee, si propose di sviluppare strategie comuni per proteggere il cinema dall'impatto
della televisione. Le prime discussioni riguardarono la definizione di un protocollo da presentare ai
produttori cinematografici internazionali. Mentre alcuni suggerivano una posizione estremista di
"No films for television", a Venezia nel 1950 prevalse una risoluzione più liberale, subordinando la
trasmissione televisiva dei film al completamento del loro ciclo di proiezione in sala e
all'approvazione di una commissione nazionale. In Italia, gli accordi tra l'Associazione Nazionale
Esercenti Cinematografici (Agis), l'Unione Nazionale Produttori, l'Unione Nazionale Distributori e la
Rai furono finalmente siglati nell'aprile del 1953, dopo un lungo processo di negoziazione. Questi
accordi stabilirono un periodo standard di non trasmissibilità dei film in televisione, fissando
cinque anni per i lungometraggi e dodici mesi per i cortometraggi documentari. Tuttavia, la
commissione nazionale perse la sua autorità esclusiva e divenne consultiva, con la possibilità di
derogare ai limiti stabiliti e ridurli su richiesta della televisione pubblica.
li accordi stabilirono che la Rai avrebbe prodotto e trasmesso due rubriche settimanali: una
dedicata alla pubblicità della programmazione cinematografica corrente e l'altra alla divulgazione
della storia del cinema e del linguaggio cinematografico. Tuttavia, la competizione televisiva
continuò a crescere con la diffusione delle trasmissioni sperimentali nel 1952-1953. Numerosi
imprenditori del nord Italia installarono apparecchi televisivi in bar, ristoranti e circoli ricreativi,
creando vere e proprie salette televisive che minavano il territorio commerciale tradizionalmente
appartenente alle sale cinematografiche.
L'Agis e altri organi come il "Bollettino dello Spettacolo" registrarono proteste.
Di conseguenza, l'Agis condusse una campagna stampa contro la concorrenza indebita dei
pubblici esercizi. Nel 1956, fu istituita una commissione di studio presso la Direzione Generale
dello Spettacolo con il compito di regolamentare giuridicamente le salette televisive. Questa
commissione comprendeva rappresentanti dell'Agis, del Ministero delle Finanze e delle Poste,
dell'Anica, della Rai, della Siae e della federazione dei pubblici esercizi. La commissione doveva
disciplinare il fenomeno delle salette televisive in modo più efficace rispetto alla precedente
disposizione ministeriale, che era stata ampiamente disattesa.
I lavori della commissione sfociarono in una nuova disposizione del Ministero dell'Interno datata
27 aprile 1957, che ribadì i precedenti divieti e subordinò il rilascio della licenza di possesso
dell'apparecchio televisivo alla dichiarazione che quest'ultimo fosse installato nei locali degli
esercizi pubblici dove si effettuano normali somministrazioni al pubblico. Di fatto, questa nuova
disposizione equiparò ogni locale munito esclusivamente di televisore a una sala di spettacolo
vera e propria e impose gli onerosi obblighi di legge in termini di trattamento amministrativo,
fiscale e giuridico. Questo era sostanzialmente quanto l'Agis aveva richiesto per anni, dato lo
scarso zelo delle autorità nel far rispettare le norme esistenti.
Tuttavia, tra il 1954 e il 1957, la priorità governativa sembrava essere la diffusione rapida delle
utenze televisive sul territorio, anche attraverso pubblicità indiretta nei bar, ristoranti e altri locali, a
discapito della regolamentazione dell'uso sociale del nuovo medium. Questo ridimensionamento
della priorità fu evidente tra le misure protezionistiche della prima e dell'ultima circolare
ministeriale.
La terza strategia di contenimento della concorrenza televisiva adottata dall'Associazione
Generale Italiana dello Spettacolo mirava a rilanciare la sala cinematografica come terminale
istituzionale dello spettacolo televisivo nel pubblico spazio. L'idea era che le sale
cinematografiche potessero offrire uno spettacolo televisivo di alta qualità grazie all'uso di un
proiettore per grande schermo, vietato nei locali pubblici. La Rai concluse un accordo pilota nel
giugno 1955 con un cinema milanese per alternare alla programmazione cinematografica gli
eventi sportivi o spettacoli eccezionali del momento
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esercenti cinematografici contro questa concorrenza sleale. Nel 1954, con l'estensione della
copertura del segnale televisivo al centro Italia e l'aumento delle ore di programmazione
quotidiana, la situazione peggiorò ulteriormente. Le autorità locali avrebbero potuto risolvere il
problema applicando una circolare del Ministero dell'Interno del 1954 che vietava ai pubblici
esercizi di lucrare sulla trasmissione televisiva, ma tale disposizione non fu effettivamente
applicata.
Documenti lettere
Le lettere di Silvio Calchera, Bruno Barbi, Renzo Castellazzi e Giuliano Bernardi rappresentano
vividamente le sfide e le preoccupazioni degli esercenti cinematografici italiani di fronte alla
crescente diffusione della televisione e al fenomeno delle salette abusive.
Silvio Calchera, proprietario del Cinema Italia a Orio Litta (Milano), denuncia l'installazione
fraudolenta di televisori nei locali pubblici, che sta danneggiando gravemente i piccoli esercizi
cinematografici. Calchera descrive come la competizione tra i locali, divisi tra coloro che
consumano bevande e coloro che guardano la televisione, abbia portato a una diminuzione degli
affari e al deterioramento delle attività tradizionali, come i giochi da tavolo. La sua lettera
evidenzia anche l'ipocrisia di certi individui, come un prete che condanna la televisione nelle
prediche mentre installa un televisore a pagamento nella chiesa.
Bruno Barbi, gestore del Politeama "Virgilio" a Santa Croce-Sermide (Mantova), descrive la
difficile situazione economica causata dalla competizione della televisione. Barbi lamenta la
diminuzione del pubblico e le difficoltà nel sostenere le spese di gestione del suo cinema. Chiede
anche chiarimenti riguardo alle normative sull'utilizzo della televisione nei locali pubblici.
Renzo Castellazzi, proprietario del Cinema di Savigno (Bologna), unisce la sua voce a quella di
altri esercenti cinematografici nella richiesta di misure urgenti per affrontare la concorrenza sleale
della televisione. Castellazzi evidenzia come i piccoli esercizi cinematografici nei piccoli paesi
siano particolarmente vulnerabili e chiede che vengano adottate restrizioni sull'utilizzo della
televisione nei locali pubblici.
Giuliano Bernardi, gestore del Cinema Cristoforo Colombo a Valdottavo (Lucca), adotta un
approccio più conciliante nei confronti della televisione. Bernardi riconosce il crescente appeal
della televisione e suggerisce che gli esercenti cinematografici collaborino intelligentemente con
questo nuovo medium anziché ostacolarlo. Tuttavia, Bernardi sottolinea comunque le sfide
economiche che gli esercenti devono affrontare e la necessità di misure eque per garantire la
sopravvivenza dei piccoli cinema.
Queste lettere mettono in luce le complesse dinamiche economiche e sociali che hanno
caratterizzato il periodo e le difficoltà affrontate dagli esercenti cinematografici italiani di fronte alla
rapida diffusione della televisione.