Please enable JavaScript.
Coggle requires JavaScript to display documents.
La Guerra di Libia e l’allargamento del suffragio - Coggle Diagram
La Guerra di Libia e l’allargamento del suffragio
Per numerosi settori della classe dirigente italiana e per influenti gruppi economici, adottare una politica imperialista era sinonimo di modernità.
Un paese in fase di industrializzazione non poteva permettersi di restare indifferente, rischiando di essere escluso dai benefici derivanti dalla conquista di colonie e mercati.
La diplomazia italiana, con cautela, aveva iniziato ad avvicinarsi alla Francia, con l’obiettivo di ottenere l'autorizzazione per una futura conquista della Libia. Quest'ultima era vista come l'unica strada percorribile per garantire una protezione mediterranea all’Italia, tanto che la retorica nazionalista aveva soprannominato la Libia "la quarta sponda".
Mantenendo la sua fedeltà alla Triplice Alleanza, il governo italiano firmò accordi con la Francia, la Gran Bretagna e la Russia, ottenendo il riconoscimento dei propri interessi in Libia.
La penetrazione economica fu guidata principalmente dal Banco di Roma, una banca cattolica.
L'ipotesi di un'impresa coloniale cominciava ad attirare l'interesse di alcuni ambienti finanziari e industriali, così come il consenso di settori dell'opinione pubblica sensibili alle tematiche nazionaliste e colonialiste. Questi settori venivano progressivamente coinvolti da una vivace campagna di stampa a favore della guerra.
Nel marzo 1911, Giolitti tornò alla guida del governo italiano.
Con l'approvazione del re Vittorio Emanuele III, decise di intraprendere l'azione di conquista militare.
L'Italia dichiarò quindi guerra all'Impero Ottomano, dando inizio alle operazioni militari.
L'invasione affrontò una tenace resistenza.
Nonostante i territori non fossero ancora stati completamente conquistati, il re firmò il decreto di annessione di Tripolitania e Cirenaica.
Dopo diverse operazioni della marina militare italiana nel Mar Egeo, culminate con l'occupazione delle isole del Dodecaneso, allora parte dell'Impero Ottomano, quest'ultimo accettò di avviare negoziati.
Nel 1912 fu così firmato un trattato di pace, mentre l'Italia mantenne l'occupazione del Dodecaneso.
In Libia, nel frattempo, la resistenza anticoloniale proseguiva: gli italiani controllavano di fatto solo i territori costieri.
Dopo alcuni anni di stasi, Giolitti riprese l’azione riformatrice, incontrando l'opposizione dei conservatori, soprattutto su due fronti:
Il progetto di creare un monopolio di Stato per le assicurazioni sulla vita, con l'obiettivo sia di aumentare le entrate statali sia di proteggere le fasce meno abbienti, gettando le basi per un sistema pensionistico.
La proposta di introdurre il suffragio universale maschile.
Il primo progetto non ebbe successo, ma la riforma elettorale fu approvata nel 1912.
Il diritto di voto fu esteso a tutti i cittadini maschi di età superiore ai 30 anni e ai maggiori di 21 anni che avessero un reddito di almeno 19,80 lire, la licenza elementare o che avessero prestato servizio militare.
Di conseguenza, la percentuale di elettori passò dal 7% a oltre il 23% della popolazione.