ANALISI:In questo passo dell’Odissea, se analizzato, si può certamente notare, per contrasto fra Ulisse e Polifemo, una grande esaltazione dei Greci. Innanzi tutto la descrizione della spelonca del mostro che come dimensione e aspetto rassomiglia in tutto il suo proprietario, diventando così un locus orridus (topos letterario per indicare un luogo caratterizzato di lati alquanto negativi o malefici o spaventosi) dove perdono atrocemente la vita sei compagni dell’eroe greco. Quest’immagine è sicuramente frapposta a quella dell’abitazione di Ulisse, una gran reggia circondata da un luminoso mare. In seguito i comportamenti primitivi dei Ciclopi innalzano quelli alquanto civilizzati e sviluppati dei Greci. Essi, infatti, non lavorano la terra “.. fidando negli dei immortali..”, non sanno navigare (mentre i Greci sono degli abilissimi e famosi navigatori), non vivono in gruppi più ampi del loro ristretto gruppo famigliare e “..ciascuno comanda sui figli e le mogli, incuranti gli uni degli altri..” (mentre i Greci hanno un forte senso della vita famigliare, il cui esempio è Ulisse), “..costoro non hanno assemblee di consiglio, né leggi..”, caratteristiche di una vita sociale organizzata e quindi serena.
I Ciclopi sono solo dei rozzi pastori e ciò, come detto in precedenza, rivaluta gli abili e civilizzati Greci.
Ma ciò che distingue i Greci non è solo la civiltà sviluppata che dimostrano, è anche la gran fedeltà agli dei cui devono tutto. Polifemo, infatti, divorando i compagni di Ulisse, calpesta quelle che sono le leggi dell’ospitalità (il dovere cioè di accogliere un ospite e di aiutare un supplice quale è Ulisse), sacre al popolo greco in quanto proclamate da Zeus in persona. Così facendo il Ciclope disprezza gli dei e arriva addirittura a proclamarsi più potente di loro, dimostrando quindi una grande sfacciataggine che i Greci mai si permetterebbero con i loro compagni, figuriamoci con gli dei sacri! Purtroppo la sfacciataggine non è l’unico difetto di Polifemo (il mostro per eccellenza) che si presenta anche come terribilmente stupido, il che va tutto a vantaggio dell’astuzia di Ulisse. La sua tontaggine si nota specialmente nel suo riferire ai compagni Ciclopi che “..Nessuno mi uccide!..”, non rendendosi conto della stupidaggine appena pronunciata. La formidabile astuzia di Odisseo, in questo passo, è delineata sia nel dire a Polifemo di chiamarsi Nessuno, sia nell’architettare il piano per fuggire.
La sconfitta del mostro anche in questo campo diviene automaticamente l’esaltazione delle capacità di Ulisse. Infine rimane uno scontato contrastante aspetto fisico del gigante e quello dell’eroe.
Di Polifemo non abbiamo una perfetta descrizione fisica ma sono i suoi comportamenti, le sue parole, le reazioni che provoca in Odisseo e nei suoi compagni che lo descrivono come un essere orrido e mostruoso. Il gigantismo di Polifemo e caratterizzato dalla sua capacità di trasportare carichi alquanto grevi, spostare l’enorme masso all’ingresso della vasta spelonca. La sua bestialità è connotata dal modo in cui ha orribilmente divorato e straziato i compagni di Odisseo. Insomma, ciò che esce da tali descrizioni è l’immagine di un mostro da un occhio solo alquanto spregevole, immagine che stona con quella luminosa, aitante e astuta di Ulisse. Questo passo, oltre ad essere (come accennato prima) la grande esaltazione del protagonista dell’Odissea e quindi del popolo greco in generale, è anche un mirabile esempio di epica.
Ulisse, con la sua audacia, si salverà da tutte le trappole tesegli da Poseidone e, annientati i Proci (i pretendenti al trono di Ulisse, ormai creduto morto), si ricongiungerà felicemente con la moglie, rimasta fedele in tutti quegli anni, il figlio, ormai cresciuto, e il padre, alquanto invecchiato ma felice, come tutti, di ritrovare l’amato figlio disperso.